11 maggio 2017

Philip Corso, da Roswell al Primo Giorno di una Nuova Scienza

“La verità, quando la nascondi, diventa il tuo peggior nemico; se la riveli, è la tua amica migliore”. Così si esprimeva il Colonnello Corso in un capitolo del suo best seller letterario “The Day After Roswell”. Una dichiarazione che non lascia dubbi sulle convinzioni e l’integrità morale di un militare che, dopo essere stato al centro di una strategia di segretezza che per cinquant’anni aveva coperto l’incidente di Roswell, decideva di rendere la propria testimonianza un atto d’accusa nei confronti del “sistema” che aveva fedelmente servito sino in fondo. Una sfida che ora torna alla luce in tutta la sua assoluta forza con la pubblicazione in Italia dei suoi due libri fondamentali, “L’Alba di una Nuova Era” e “Roswell – Il Giorno Dopo”.

Il libro del Colonnello Corso “Roswell Il Giorno Dopo” (edizioni Nexus-Verdechiaro 2017)

Ruota consapevole dell’ingranaggio, dall’alto dei suoi nullaosta di segretezza, Corso non apparteneva alla cerchia degli invisibili burattinai del Majestic 12 che hanno deciso il cover-up. Ha fatto il suo dovere, rispettando il vincolo del silenzio per proteggere il suo Paese – “just in case”, nell’evenienza che una minaccia aliena da potenziale divenisse concreta. Nulla di diverso dalle esperienze nelle campagne di guerra alle quali ha preso parte, sia in prima linea sia nei servizi segreti dell’esercito americano. Alla fine però un altro dovere lo chiamava. Chiudere con coerenza la sua esistenza terrena, testimoniando quello che di Roswell lui sapeva e andava rivelato, dando un nuovo volto alla moderna ufologia: quello della verità.

È questo, l’uomo che un raro privilegio mi concesse di conoscere, incontrandolo e trascorrendo con lui lunghe ore in occasione delle sue due visite in Italia, la prima nel 1997, quando rispose al nostro invito al Congresso “Il Contatto” di Montesilvano e la seconda, l’anno successivo al Simposio di San Marino. Decine di articoli di stampa, di interviste e partecipazioni televisive, l’attenzione mediatica su di lui fu eccezionale e durò il tempo giusto per illuminare tutta la scena ufologica mondiale, ma soprattutto quella italiana, con un lampo vivissimo destinato a spegnersi in un batter d’occhio, come una stella cadente nel cielo della notte. Ci avrebbe lasciato troppo presto e fu un colpo durissimo per chi lo aveva conosciuto. Si disse, c’era da aspettarselo per via dell’età avanzata. Ma alla sua perdita non ci siamo rassegnati.

Il libro del Colonnello Corso “L’Alba di una Nuova Era” (X Publishing edizioni, 2017)

Avremmo voluto averlo ancora con noi perché era una guida preziosa e unica la sua, perché ci avrebbe seguito e consigliato e avrebbe vigilato su di noi, accompagnandoci lungo il percorso che ci aveva indicato, la strada verso una Nuova Scienza, meta che certamente non abbiamo ancora raggiunto, sulla stessa rivoluzionaria linea di pensiero di John Mack. Sarebbe stato fantastico un incontro fra il vecchio militare e il grande psichiatra di Harvard, in quel periodo costellato da eventi nodali come l’atterraggio UFO del 1996 a Varginha in Brasile e la caleidoscopica manifestazione delle luci nel cielo di Phoenix nel Marzo dell’anno successivo. Tutto lasciava presagire un prossimo contatto di massa e una possibile rivelazione finale, ma questo non è accaduto. Nessuna dichiarazione ufficiale dei governi, per una materia che i poteri hanno deciso di mantenere lontana dai nostri occhi e dalle nostre coscienze.

Ha fatto di più Corso nel giro di 24 mesi che tutta l’ufologia degli ultimi venti anni. Quando nel 1997, negli States uscì “The Day After Roswell”, ci rendemmo subito conto della sua importanza e facemmo l’impossibile per portarlo in Italia. Tanti ricorderanno la sua storica partecipazione al Maurizio Costanzo Show, molti ne avranno saputo attraverso riviste che in quegli anni marcarono pesantemente il territorio della controinformazione anche grazie all’entrata in scena di “The old man” come fra di noi lo chiamavamo con affetto. Lui lo sapeva e ci lasciava fare. Con la stessa nonchalance con cui spegneva il suo apparecchio acustico dall’orecchio non per stanchezza, ma perché la pazienza a volte vacillava se veniva punzecchiato troppo da interlocutori che non riteneva interessanti (sarebbe più giusto dire, intelligenti). Era vigile, pronto a cogliere ogni sfumatura e a “sentire” e ricordare una faccia anziché una voce. “I don’t like that man”, diceva e spesso aveva ragione se non si fidava, il colonnello Philip Corso dei servizi segreti della U.S. Army. Della sua presenza in Italia negli anni 1943-1946, come ufficiale di collegamento Intelligence per le forze Alleate a Roma, abbiamo verificato e riscontrato a sufficienza per convincerci del fatto che il suo allora fu un ruolo nodale.

Quello che maggiormente conta resta comunque la sua testimonianza finale. L’otto Giugno 1998 Philip Corso denunciava il cover-up del governo americano sui fatti di Roswell in un affidavit, una dichiarazione scritta e giurata davanti all’avvocato Peter Gersten, in cui confermava la veridicità delle informazioni e delle affermazioni contenute nel suo libro “The Day After Roswell” e chiamava in giudizio il Department of the Army. Meno di un mese dopo, il 16 Luglio, il Colonnello Corso moriva stroncato da un attacco cardiaco. Aveva 83 anni.

Il Colonnello Philip Corso con l’autore. (Foto Paola Harris)

Durante uno dei nostri colloqui, il Colonnello volle approfondire alcuni elementi strettamente legati alle sue conoscenze dei fatti che seguirono l’incidente di Roswell e della “ricaduta tecnologica” delle ricerche effettuate sui reperti recuperati dall’astronave precipitata nel 1947 nel deserto del New Mexico. Al Pentagono nel 1961, per ordine del suo diretto superiore, il Generale Arthur Trudeau, fu compito di Corso valutare e decidere con quali delle industrie appaltatrici della Difesa USA fosse opportuno procedere per gestire al meglio il “Roswell File”. L’obiettivo della Divisione Tecnologia Straniera che Corso diresse per un anno era ricercare e sviluppare mediante retroingegneria qualsiasi congegno appartenesse a nazioni, alleate o meno degli USA. Come qui di seguito possiamo capire meglio.

Philip Corso: Dopo Roswell, utilizzammo tutte le nostre conoscenze scientifiche nel tentativo di costruire il disco volante come innovazione di un prodotto preesistente, l’aeroplano; con la pretesa cioè di realizzare un’astronave terrestre. Davanti a noi al Pentagono nel 1961 avevamo una “nuova scienza” da capire, per poterla utilizzare. Ma non ci rendemmo conto che quell’oggetto venuto dallo spazio era radicalmente diverso da qualunque nostra concezione tecnologica – un fatto di cui il mondo non è mai venuto a conoscenza – e purtroppo non siamo stati intelligenti, non siamo andati oltre l’innovazione di un “nostro prodotto” e abbiamo speso migliaia di miliardi di dollari inutilmente, ostinandoci a riutilizzare le nostre vecchie attrezzature. I Tedeschi c’erano arrivati prima di noi e se non fossero stati sconfitti… i Foo Fighters sono un esempio lampante dell’utilizzazione di tecnologie extraterrestri.

Lei ritiene quindi i Foo Fighters un prodotto dei Tedeschi?

Philip Corso: Sì, veicoli elettromagnetici, costruiti dai Tedeschi, i quali stavano progredendo nello studio della teoria elettromagnetica attraverso ricerche e collaborazioni con gli scienziati italiani. La nostra tecnologia era lontana da quella aliena. Gli scienziati erano rimasti esterrefatti, constatando che attorno a un disco volante, che si libra nello spazio extraterrestre, si forma un campo elettromagnetico. Fu questo a convincerli che era qualcosa di completamente diverso.

Secondo lei, qual è lo stato attuale della tecnologia derivata dalle astronavi extraterrestri? Non capisco perché gli Americani insistano nell’occultare a tutti i costi le prove di una simile interazione.

Philip Corso: Il nostro progresso derivato dalla tecnologia aliena? È quasi inesistente. Nel mio libro lo si coglie fra le righe. Attualmente non supera il dieci per cento delle capacità di quella macchina aliena, anzi è praticamente nullo. Ripeto: si tratta di una nuova scienza. Anche a voler individuare nella storia della ricerca scientifica qualcosa di simile, si finisce per scoprire che eravamo e siamo rimasti privi delle basi, perché non c’è mai stata l’esperienza della conoscenza. Ora sappiamo quanto la loro tecnologia fosse più progredita della nostra. Non esiste un solo esperto in materia, nessuno – in tutti questi anni – ha dimostrato di poter progettare qualcosa di simile e non siamo riusciti a comprendere il funzionamento dei loro mezzi. Ci hanno mostrato come utilizzare la tecnologia spaziale e non ce ne siamo accorti. Le EBE, le Entità Biologiche Extraterrestri, costituiscono parte integrante dei loro oggetti volanti: le EBE il sistema propulsivo della macchina e lo spazio formano un corpo unico, un equilibrio perfetto.

Quindi lei ritiene che i tecnici e le industrie che ottennero da lei gli appalti per lo sviluppo dei materiali non siano stati in grado di avanzare nelle ricerche? Neppure Wilbert Smith, del quale lei stesso ci ha fatto il nome?

Philip Corso: Sì, ma rappresentava l’eccezione. Era un genio. Il canadese Wilbert Smith è stato l’unico a comprendere il funzionamento della macchina volante. Ho avuto il privilegio di incontrarlo e discutere con lui di questi argomenti. Partendo dalla nuova scienza, forse, qualche risultato lo abbiamo raggiunto nel campo dei supporti magnetici. Abbiamo sviluppato la ricerca e la realizzazione dei transistor, dei circuiti integrati e degli acceleratori di particelle. Ma è solo una piccola parte di quello che si poteva fare.

Colonnello, cosa pensa dell’Area 51?

Philip Corso: Secondo me, per la maggior parte si tratta di illazioni. L’Area 51 non è quello che si pensa sia.

Cosa può dirci dell’astronave precipitata a Roswell?

Philip Corso: Che a bordo di quel tipo di navicelle non c’è cibo, acqua o altro. Il che porta a una fondamentale considerazione: un umanoide di tipo EBE vive attraverso pulsazioni elettromagnetiche. Come nel nostro mondo gli insetti, i pesci, i mammiferi e persino gli esseri umani interagiscono con l’ambiente, così l’essere extraterrestre vive integrandosi sia con l’ambiente che con lo scafo dell’astronave. È questo il segreto della sua sopravvivenza. Se a un corpo umano viene sottratto il nutrimento, si spegne velocemente, si deteriora e muore. La stessa identica cosa avviene a un extraterrestre, che si estingue se viene sottratto al suo ambiente e al suo campo elettromagnetico. Il nostro sostentamento è dato da cibo e aria, il suo è l’energia elettromagnetica.

Carta comparativa fra gli elementi morfologici degli umani, delle EBE e dei loro creatori, tracciata da Philip Corso.

Lei conferma di aver visto solo uno di questi esseri di tipo umanoide?

Philip Corso: Lo confermo. Conosco solo un tipo di alieno. Nessuno ha mai provato la veridicità di affermazioni inerenti altri tipi di alieni. Quando mi si chiede il mio parere sulle loro sembianze, posso rispondere di aver visto esclusivamente uno di quegli esseri, a Fort Riley. E inoltre confermo di aver letto solo un documento autoptico, alla Casa Bianca, mentre non mi sono mai giunte altre informazioni che convalidassero altri rapporti o resoconti. Tutti i racconti al riguardo non hanno un fondamento nei fatti. Comunque, se io stesso non ho avuto accesso ad altri documenti, chi altri potrebbe averlo avuto?

Vorrei capire se il rapporto dell’autopsia che Lei ha letto coincideva con le caratteristiche fisiche dell’essere che vide a Fort Riley.

Philip Corso: Sì, era dello stesso tipo. Ribadisco però di non aver mai visto, né ho mai sentito voci, né tanto meno ho mai ricevuto conferme da medici o altri ricercatori, in riferimento all’esistenza di altre forme di vita aliena.

Come è riuscito a celare nel profondo del suo cuore tutto quello che aveva visto, per 15-16 anni, sino al suo incarico con il Generale Trudeau? A lui disse di avere visto effettivamente il corpo di quell’essere non terrestre?

Philip Corso: Certamente. L’ho sempre informato di tutto, nei minimi particolari. Ne abbiamo discusso approfonditamente, ma solo dal punto di vista pratico, delle nostre conoscenze e della loro possibile applicazione. Non siamo mai entrati nei dettagli della progettazione e dell’ipotesi che quella tecnologia potesse appartenere ad altri. Infatti, nei miei appunti per il Generale Trudeau, ho riportato che non abbiamo mai saputo da dove questi esseri provenissero, né come erano giunti sin qui, né quali fossero le loro intenzioni. Negli stessi appunti però menzionavo più volte i cloni. Quel tipo di alieni doveva essere stato progettato partendo da un modello, da un esemplare originale. Volevo comprendere il motivo di una simile realizzazione, come erano stati costruiti e come riuscivano ad attraversare i buchi dimensionali. Inoltre, perché era stata progettata un’astronave del genere? C’era un valido motivo, ed è spiegato nei miei appunti. Credo che sia questo il settore su cui dovreste ora lavorare e dove gli scienziati potranno ottenere delle risposte. Abbiamo ricevuto una nuova progettazione tecnologica, una nuova scienza – nuova di zecca. Ci è stata data per iniziarci, ma abbiamo solo e inutilmente utilizzato le nostre vecchie tecnologie per capire il funzionamento di questi veicoli. Non avevamo una preparazione adeguata, non avevamo esperienza, né trattati o documentazione cui fare riferimento; solo molta confusione e nient’altro.

Colonnello, Lei desidera che queste sue informazioni vengano da noi pubblicate?

Philip Corso: Certo, perché no. Dovete sferrare un colpo proprio in mezzo agli occhi del mondo. Fate sapere che c’era una nuova scienza e che non abbiamo saputo cosa farne. Mi riferisco ai Tedeschi, agli Inglesi, agli Americani, ai Russi, nessuno escluso. L’aeroplano e le nostre navi spaziali non sono altro che un rimpasto di vecchi elementi tecnologici. Non hanno portato all’inizio di una vera nuova scienza. È questa la storia sensazionale. Per comprendere la nuova scienza è necessario ripartire da zero. Io ci ho provato. Non sapevo nemmeno cosa avevo, ho consultato tutta la documentazione esistente e non ho trovato niente. Non sapevo cosa avevamo, né da dove dovessimo cominciare. Nessuna conoscenza, nessuna preparazione o documentazione. Abbiamo fatto solo una piccolissima conquista, ma non nella maniera giusta. Il mio impegno si è esplicato soprattutto nello sviluppo degli armamenti e del nucleare. Ho lavorato sulle armi e su progetti di distruzione. Ma adesso è chiaro cosa abbiamo lasciato da parte. La ricerca dei “creatori” di una Nuova Scienza.


Maurizio Baiata, 10 Maggio 2017



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